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giovedì 29 ottobre 2015

Expo: migliaia di imprenditori all'Assemblea nazionale della Cia per la difesa dei territori e la centralità agricola. A partire dal Sud.

La questione meridionale al centro dei lavori oggi a Milano. Il vicepresidente Mastrocinque: "Esiste una sola risposta per far ripartire il Mezzogiorno: più agricoltura". Il presidente nazionale Scanavino: "Ma il nostro è un messaggio universale: il settore primario torni al centro delle politiche di sviluppo". L'agricoltura è strategica anche per il suo ruolo di "custode" del territorio contro il rischio idrogeologico. Fari puntati anche sui giovani, nuova linfa per il comparto.

 

29 OTTOBRE- Migliaia di imprenditori agricoli animano l'Expo a due giorni dalla chiusura dell'Esposizione e della consegna al mondo della "Carta di Milano". Sono i rappresentati delle 900 mila imprese associate alla Cia, che ha scelto Expo come luogo simbolico dove celebrare la proprio Assemblea nazionale per lanciare un messaggio universale: l'agricoltura torni al centro dello sviluppo.

Il tema scelto per l'assemblea è paradigmatico: "L'agricoltura del Sud per la legalità e per lo sviluppo dell'economia nazionale". Ma potrebbe essere declinato anche in chiave globale: l'agricoltura del Sud del mondo per la dignità dei popoli e lo sviluppo armonico del pianeta.

A illustrare il tema centrale dell'Assemblea è il vicepresidente nazionale della Cia e presidente della Cia Campania Alessandro Mastrocinque, che nella sua relazione lega due temi: la difesa del territorio -anche pensando ai disastri ambientali che hanno distrutto le campagne del Beneventano e del Sannio provocando purtroppo vittime e mettendo in ginocchio 4 mila imprese agricole- e la questione meridionale, di un Sud che è in profonda sofferenza economica, che diventa sofferenza sociale.

La risposta che la Confederazione dà è una sola per entrambe le emergenze: ci vuole più agricoltura. E del resto, come fa notare il vicepresidente della Cia, "l'agricoltura nel 2050, secondo la Commissione Ue, tornerà a essere la prima voce dell'economia europea e la domanda dei prodotti agricoli crescerà del 70%".

Ed è un'agricoltura che produce cibo a prezzi equi per i consumatori, ma che chiede prezzi equi e remunerativi per le imprese che investono e operano tra mille difficoltà. Soprattutto nel Mezzogiorno, dove la crisi ha provocato una vera e propria ecatombe economica che si traduce in fortissimo disagio sociale. La disoccupazione giovanile è sopra il 40%, il tasso di giovani che non studiano e non lavorano è doppio di quello europeo, il Pil del Sud è arretrato del 13% nei sette anni di crisi in una dimensione doppia rispetto al Centro Nord e si è assistito a una desertificazione produttiva. L'industria nel meridione perde in sette anni il 59,3% in confronto al 17,1% del Centro Nord, considerando che nel periodo 2001-2007 si era già perso un ulteriore 5,9%.

Ma tutti gli indicatori economici danno una rappresentazione drammatica della situazione del Mezzogiorno: i consumi delle famiglie sono scesi del 13,2% al Sud, mentre nel resto del Paese del 5,5%; nel 2014 gli acquisti delle famiglie meridionali sono inferiori rispetto al Centro Nord del 33%. I consumi delle Pubbliche amministrazioni sono diminuiti  dell'1,7% nei confronti del Centro Nord, che ha perso solo lo 0,5%. E' calata la spesa dei beni alimentare dello 0,3% al Sud, contro un aumento dell'1% del Centro Nord e ciò significa che la povertà relativa aumenta sempre di più. In sette anni il calo dei consumi nel Mezzogiorno è pari al 15,3%, gli investimenti lordi fissi del governo sono diminuiti del 38,1% rispetto al 27,1% del resto del Paese.

Queste cifre, nota Mastrocinque, ci fanno dire che "un apparato industriale è praticamente scomparso". E allora qual è la risposta possibile? Lo testimonia il recentissimo rapporto Svimez, che pur registrando una situazione tuttora critica, dice: è dall'agricoltura che è venuto il primo segnale positivo in termini di Pil e di occupati. Ed è su questa strada che la Cia insiste: l'agricoltura nuovo motore di sviluppo. Ma un'agricoltura che non ha bisogno di sussidi, piuttosto di un ambiente favorevole allo sviluppo.

"Come Confederazione -sottolinea ancora Mastrocinque- chiediamo una politica unitaria di sviluppo del Mezzogiorno che si condensa in: aggregazione delle imprese, ricerca, innovazione, tecnologie, apertura verso l'estero,  politiche di attrazione,  accesso al credito e trasporti".

Per farlo serve la creazione di zone economiche speciali, ed è una richiesta che va rivolta all'Europa, e bisogna cambiare le condizioni in cui operano le imprese meridionali. Necessità sottolineate di nuovo dal presidente nazionale della Cia, Dino Scanavino: "Come Confederazione italiana agricoltori riteniamo che l'agroalimentare sia il settore strategico da cui ripartire. In primis nel Sud. Questo perché l'attività agricola nel Mezzogiorno -per caratteristiche, tradizione e qualità dei prodotti- è un asset economico strategico; un patrimonio enorme sul quale poter fare leva per rispondere alle esigenze dei consumatori ed essere motore dello sviluppo locale". D'altra parte, l'agricoltura nel Sud contribuisce per il 4% alla formazione del valore aggiunto rispetto alla media nazionale del 2%.

E da qui occorre ripartire. La Cia, peraltro, ha già attivato un gruppo di lavoro nelle regioni del Sud per chiedere "semplificazione della Pubblica amministrazione e degli Enti pubblici di settore; aggregazione delle imprese, cooperazione, regolazione dei mercati per la competitività del sistema agricolo; sostenibilità sociale e ambientale; OP regionali e interregionali, filiere complete di settore; governance del rapporto tra impresa agricola, mercato e Gdo", spiega Scanavino.

Ma così come la Cia rivendica il ruolo dell'agricoltura nello sviluppo del Sud, così pone l'accento sul fatto che alle imprese agricole può essere affidato il ruolo di tutela del territorio. Del resto, la Confederazione -con il suo documento "Il Territorio come Destino"- ha posto la questione a livello nazionale.

"Occorre riprogrammare il territorio avendo consapevolezza che oltre 6.633 Comuni italiani sono a rischio di dissesto idrogeologico -osserva il presidente nazionale della Cia-. Dal 1970 la SAU è progressivamente diminuita di 5 milioni di ettari: 1,2 cementificati in pianura e costa e 3,8 abbandonati. Dal 1950 a oggi sono stati spesi, con la 'logica del dopo', oltre 60 miliardi di euro mentre oggi ne servirebbero 40 per mettere in sicurezza il territorio." E se questo compito fosse affidato agli agricoltori custodi si avrebbe un doppio vantaggio: il rilancio dell'agricoltura e la difesa e manutenzione del territorio. Dove allocare un nuovo sviluppo che veda coinvolti soprattutto i giovani".

Proprio le nuove generazioni sono un altro dei temi portanti dell'Assemblea Cia. "Il Job Act ha sicuramente smosso le acque, ma i risultati sono appena tendenziali e in corso di 'progress evolutivo' -evidenzia Scanavino- mentre Garanzia Giovani sta funzionando poco. Per noi protagonismo dei giovani significa dare nuova linfa al settore agricolo in termini di qualità del capitale umano, di nuova cultura d'impresa, di moderne capacità manageriali. Per questo sono indispensabili investimenti per potenziare le aziende, incentivi diretti sia per la promozione di servizi di supporto che di strumentazione finanziaria, sostegni al reddito e formazione". Ma prima di tutto "bisogna dare terra ai giovani a prezzi competitivi", o con affitti calmierati o -cosa ancora più giusta- in uso gratuito. In questo contesto, la petizione popolare dell'Associazione nazionale pensionati della Cia, che a oggi ha raccolto oltre 100 mila firme per l'aumento delle pensioni minime, se accolta, "potrebbe accelerare il ricambio generazionale in agricoltura", conclude Scanavino.

E' su queste sfide che la Cia s'incammina verso il nuovo anno, sono queste le sfide che la Cia pone al Paese per uno sviluppo armonico. A partire dal Mezzogiorno.



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