Uno studio della Rete doposcuola milanese racconta chi sono e che bisogni hanno le ragazze e i ragazzi che li frequentano
Milano, maggio 2026 - 226 presidi educativi extrascolastici attivi in tutta Milano e 8.254 minori coinvolti nell’ultimo anno, grazie al lavoro di 547 educatrici ed educatori e al supporto di 2.249 volontarie e volontari.
È la dimensione della Rete doposcuola milanese, che riunisce i servizi educativi pomeridiani presenti in città: una comunità capillare, spesso poco visibile e complementare alla scuola, che ogni giorno accompagna ragazze e ragazzi tra studio, attività culturali e tempo condiviso.
Gestiti da associazioni, parrocchie e realtà del Terzo Settore, i doposcuola sono oggi un punto di riferimento per migliaia di minori che, senza questi servizi, difficilmente avrebbero opportunità educative e di relazione al di fuori della scuola.
Questa fotografia emerge dallo studio realizzato dalla Rete doposcuola milanese in collaborazione con il centro di ricerca sociale Codici con l’obiettivo di analizzare il contesto in cui operano i servizi e individuare i principali bisogni educativi dei giovani che li frequentano.
I numeri principali dell’indagine - basata sui
dati di iscrizione 2025/26 e su
questionari anonimi compilati direttamente da un campione di
458 fra e ragazze e ragazzi iscritti ai doposcuola della Rete* - verranno presentati in occasione dell’incontro
La città nascosta organizzato dalla Rete doposcuola milanese il
28 maggio alla Casa di Quartiere di
via Cenisio 33 a Milano, dalle 9 alle 12.30. All’evento, che chiamerà a raccolta i rappresentanti dei doposcuola cittadini, parteciperanno anche
Lamberto Bertolè, assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano e
Monica Villa, direttrice Area Servizi alla Persona di Fondazione Cariplo.
Lo studio promosso dalla Rete doposcuola milanese restituisce un sistema educativo radicato nei quartieri, frequentato soprattutto da bambine, bambini e preadolescenti della scuola primaria e della secondaria di primo grado, con età media intorno ai 12-13 anni. Oltre la metà (59%) degli iscritti frequenta i doposcuola dei Municipi 6, 7, 8 e 9.
Dai dati emerge che per molti di loro studiare a casa è complesso. Il 21% non ha uno spazio adeguato e tranquillo, il 18% non dispone di un computer (nemmeno in condivisione con il resto della famiglia); il 15% non possiede nemmeno un device efficiente. Fra chi lo possiede, invece, risulta prevalente il cellulare/smartphone. Sulla difficoltà di studiare a casa incide probabilmente anche la numerosità familiare: nel campione il numero medio di componenti è 4,4 e il 24% vive in famiglie con sei o più persone.
A queste condizioni si aggiungono background linguistici e culturali che possono rendere più difficile trovare supporto a casa nello svolgimento dei compiti: per il 42% l’italiano non è l'unica lingua parlata in famiglia; il 63% dei minori ha cittadinanza non italiana, anche se circa il 70% è nato in Italia.
Le difficoltà non riguardano solo lo studio. Per leggere come le privazioni materiali si sommino e incidano sulle opportunità educative, la ricerca introduce l’indice di mancanza dell’essenziale (scala 0-14), costruito sulle risposte dirette di ragazze e ragazzi. Include sia la povertà percepita da ciascuno sia alcune rinunce concrete: come la possibilità di avere abiti e scarpe adeguati, materiale scolastico, una camera (anche condivisa), pc e connessione, sostenere spese per viaggi e attività scolastiche, avere risorse per sport o hobby, aver fatto almeno una gita o vacanza nell’ultimo anno. Dai dati emerge che il 53% presenta 2-3 mancanze e il 23% 4 o più: in totale, quasi tre ragazze/i su quattro vivono più mancanze contemporaneamente.
Le disuguaglianze si leggono anche nel genere: le ragazze partecipano meno alle attività extrascolastiche, soprattutto allo sport. L’indice di partecipazione all’attività fisica è 51 per le ragazze contro 68 per i ragazzi, con un divario di 17 punti, che tende ad essere maggiore alle superiori rispetto alle medie
Per i minori coinvolti il doposcuola non è solo un luogo di studio, ma una vera e propria presenza educativa. Il 52% indica come principale motivo di frequenza la possibilità di ricevere aiuto nei compiti, ma contano anche fare nuove amicizie, svolgere le attività e la presenza di una figura adulta di riferimento con cui confrontarsi.
Il rapporto con educatrici ed educatori è centrale: il 91% dichiara di sentirsi accettato per quello che è (contro il 58% a scuola), l’81% si fida molto o abbastanza di loro (per gli/le insegnanti è il 56%), e l’88% afferma che “sono interessati a me come persona” (per gli/le insegnanti è il 71%). In questo contesto, il doposcuola diventa uno spazio non solo dove fare i compiti, ma dove sentirsi visti, ascoltati e accompagnati. Un luogo in cui è possibile far emergere desideri e possibilità.
I dati mettono in luce il valore di questa comunità educativa, che chiede di essere riconosciuta e sostenuta dalle istituzioni: “La Rete doposcuola milanese è fatta di persone, relazioni e impegno quotidiano nei quartieri: un lavoro spesso silenzioso ma essenziale per la crescita di migliaia di ragazze e ragazzi - afferma Dario Anzani, coordinatore della Rete doposcuola milanese -. Per questo auspichiamo di poter collaborare in modo sempre più strutturato con il Comune, costruendo un’alleanza capace di riconoscere e sostenere con continuità questo patrimonio educativo diffuso. Rafforzare insieme i doposcuola significa investire in equità educativa e prendersi cura, in modo concreto e condiviso, delle opportunità e del futuro dei più giovani in tutta la città.”
*Lo studio è condotto su un campione complessivo di 202 doposcuola (più del 90% dei servizi attivi) e 6.248 bambine, bambini, ragazze e ragazzi frequentanti.
Ai questionari, in particolare, hanno risposto in auto-compilazione 458 ragazzi e ragazze in 34 doposcuola.
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